Il nuovo marchio "Made Green in Italy"

11 giugno 2018 / Stefano Reniero

CATEGORIA: Comunicazione Ambientale

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato alcuni articoli sui temi della comunicazione ambientale in relazione alle opportunità competitive che la stessa può rappresentare per le aziende.

Il 13 giugno 2018 entrano in vigore le regole per ottenere la nuova certificazione di III tipo "Made Green in Italy" sull'impronta ambientale dei prodotti ai sensi della legge 221/2015, basata sulla metodologia per la determinazione dell’impronta ambientale dei prodotti (PEF), come definita nella raccomandazione 2013/179/UE della Commissione del 9 aprile 2013.

Il DM Ambiente 21 marzo 2018: n. 56: le regole per la certificazione

Il DM Ambiente 21 marzo 2018 n. 56 definisce le modalità di funzionamento dello Schema nazionale volontario per la valutazione e la comunicazione dell’impronta ambientale dei prodotti "Made Green in Italy".

Il produttore che intende certificare i propri prodotti "Made Green in Italy" presenta apposita domanda al Ministero dell’Ambiente e, se i prodotti rispondono alle caratteristiche di legge, può ottenere il logo "Made Green in Italy" (la cui licenza d'uso dura 3 anni).

Il Regolamento si applica ai prodotti classificabili come “Made in Italy”, ai sensi della normativa italiana vigente, così come specificamente definita per le singole categorie di prodotto previste dallo schema.

Per definire le regole e i requisiti (obbligatori e facoltativi) necessari per la conduzione di studi relativi all’impronta ambientale per una specifica categoria di prodotto, il Ministero dell’Ambiente rilascia infatti delle indicazioni metodologiche, le cosiddette RCP (Regole di Categoria di Prodotto), che hanno una validità di 4 anni.

In pratica, l’adesione allo schema Made Green in Italy è limitata ai prodotti classificabili come Made in Italy, per i quali esiste una RCP (Regola di categoria di prodotto) in corso di validità.

Entro 30 giorni dall’acquisizione della richiesta di adesione allo schema volontario, il Ministero concede la licenza d’uso dell'apposito logo Made Green in Italy per 3 anni.

Ai sensi dell'articolo 8 del D.M. 56/2018, per quanto riguarda gli appalti pubblici, il Ministero dell’Ambiente utilizza nei "criteri ambientali minimi" (Cam) relativi alle nuove categorie di prodotti, nonché nei CAM già approvati e pubblicati, l'adesione allo schema "Made Green in Italy" come strumento di verifica del rispetto delle specifiche tecniche laddove pertinenti e riguardanti il ciclo di vita del prodotto.

 

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Lo Schema Made Green in Italy

La legge 221/2015 “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” ha previsto, all’art. 21, l’istituzione dello schema nazionale volontario per la valutazione e la comunicazione dell’impronta ambientale dei prodotti, denominato «Made Green in Italy».

Lo Schema “Made Green in Italy” è uno strumento certificativo inserito nel contesto delle etichette ambientali di III tipo, ad oggi coerenti con le indicazioni della norma IS0 14025 (“Etichette e dichiarazioni ambientali – Dichiarazioni ambientali di Tipo III”).

Allo schema "Made Green in Italy", che si basa sull'analisi del ciclo di vita e definisce l'impatto ambientale di un prodotto attraverso alcuni indicatori, possono aderire i produttori di prodotti "Made in Italy" che vogliono fregiarsi di un'elevata qualificazione ambientale.

Con la messa a punto e l’implementazione dello Schema e del Regolamento previsti dall’art. 21 della Legge n. 221/2015, si intendono perseguire i seguenti obiettivi (art. 21, comma 3):

“a) promuovere (...) l’adozione di tecnologie e disciplinari di produzione innovativi, in grado di garantire il miglioramento delle prestazioni dei prodotti e, in particolare, la riduzione degli impatti ambientali che i prodotti hanno durante il loro ciclo di vita, anche in relazione alle prestazioni ambientali previste dai criteri ambientali minimi di cui all’articolo 68 bis del codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, introdotto dall’articolo 18 della presente legge;

  1. b) rafforzare l’immagine, il richiamo e l’impatto comunicativo che distingue le produzioni italiane, associandovi aspetti di qualità ambientale, anche nel rispetto di requisiti di sostenibilità sociale;
  2. c) rafforzare la qualificazione ambientale dei prodotti agricoli, attraverso l’attenzione prioritaria alla definizione di parametri di produzione sostenibili dal punto di vista ambientale e della qualità del paesaggio;
  3. d) garantire l’informazione, in tutto il territorio nazionale, riguardo alle esperienze positive sviluppate in progetti precedenti, e in particolare nel progetto relativo allo schema di qualificazione ambientale dei prodotti che caratterizzano i cluster (sistemi produttivi locali, distretti industriali e filiere) sviluppato con il protocollo d’intesa firmato il 14 luglio 2011 tra il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministero dello sviluppo economico e le regioni Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Lazio, Sardegna, Marche e Molise.”

In altri termini, con questa iniziativa il Legislatore ha inteso compiere un passo importante per evidenziare come i prodotti italiani possano essere considerati non solo di elevata qualità, ma anche prodotti “verdi”.

Dopo aver introdotto le principali novità normative ritengo importante un “ripasso” che consenta ai non addetti al settore ma interessati alle etichettature ambientali di meglio comprendere di cosa di tratta.

 

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I tipi di etichette ecologiche

Secondo la classificazione e descrizione delle etichette e delle dichiarazioni ambientali della norma UNI EN ISO 14020:2002, si distinguono tre tipologie di dichiarazioni ecologiche:

  • Etichettatura ecologica di Tipo I (UNI EN ISO 14024:2001): l’etichettatura si fonda su un sistema multi-criteria che considera l’intero ciclo di vita del prodotto, certificata e gestita da una terza parte indipendente: l’ente certificatore. Le informazioni fornite sono genericamente sintetiche per una comunicazione business to consumer;
  • Etichettatura ecologica di Tipo II (UNI EN ISO 14021:2016): consiste in un’auto-dichiarazione (green claim) ambientale da parte di produttori, importatori o distributori dei prodotti, senza l’intervento di un organismo di certificazione indipendente ed utilizzate dagli stessi produttori come strumento di informazione ambientale
  • Etichettatura ecologica di Tipo III (UNI EN ISO 14025:2010): la dichiarazione ambientale di prodotto è uno strumento di informazione sulle performance ambientali di un prodotto, di tipo quantitativo, basato sugli impatti individuati secondo la metodologia LCA – Life Cycle Assessment, che garantisce l’oggettività della valutazione in ottica business to business.

 

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Le etichette di III tipo e PRC

Le etichette ecologiche di III tipo sono basate sulla dichiarazione ambientale di prodotto (EPD - DAP) che è uno strumento di informazione sulle performance ambientali di un prodotto, di tipo quantitativo basato sugli impatti individuati secondo la metodologia LCA, che garantisce l’oggettività della valutazione in ottica business to business.

Il processo di sviluppo EPD:

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Per essere in grado di soddisfare le aspettative del mercato le EPD devono essere preparate rispettando dei requisiti metodologici molto specifici e rigorosi, questo soprattutto per poter permettere il confronto tra dichiarazioni di prodotti analoghi.

Le regole di calcolo, che tutti devono eseguire, sono note come Product Category Rules (PCR) ovvero, in italiano, come Regole di Categoria di Prodotto (RCP) definite come indicazioni metodologiche rilasciate dal gestore dello schema che definiscono regole e requisiti obbligatori e facoltativi necessari alla conduzione di studi relativi all’impronta ambientale per una specifica categoria di prodotto.

Per ottenere la Dichiarazione Ambientale di Prodotto (EPD), innanzitutto l’Organizzazione deve verificare la disponibilità delle Regole di Categoria di Prodotto (Product Category Rules -PCR ) per il tipo di prodotto/servizio per il quale si vuole richiedere la Certificazione così come riportato all’ Art. 5. “Richiesta di adesione allo schema” del DM 56/2018.

Gli articoli 3 e 4 del Decreto riguardano l’iter di sviluppo delle RCP, in cui sono elaborati i benchmark e le classi di prestazione, corrispondenti a ciascun prodotto rappresentativo.

Elemento caratterizzante delle RCP, rispetto ai contenuti delle PEFCR europee, è la presenza di requisiti addizionali obbligatori e facoltativi.

Lo sviluppo della proposta di RCP deve essere conforme alla raccomandazione 2013/179/UE nonché alle Linee guida PEF. Tale sviluppo si fonda in particolare su uno studio di impronta ambientale per ciascun prodotto rappresentativo individuato per la specifica categoria di prodotto.

Ai fini della proposta, approvazione e pubblicazione della RCP i soggetti proponenti la RCP inviano al gestore dello schema la richiesta per elaborare una proposta di RCP relativa a una specifica categoria di prodotto, utilizzando il modulo A di cui all’allegato I del Decreto.

 

Product Environmental Footprints (PEF) e Organization Environmental Footprints (OEF)

Il concetto di impronta ecologica (o impronta ambientale) è stato introdotto nel 1990 da due ricercatori dell’Università della British Columbia, Mathis Wackernagel e William Rees, che è divenuto di pubblico dominio con la pubblicazione del libro Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth, pubblicato nel 1996.

L’impronta ecologica si è rivelata un importante indicatore, dalla grande forza comunicativa, in quanto consente di monitorare l’utilizzo delle risorse naturali disponibili sul nostro pianeta e, indirettamente, di promuovere azioni finalizzate allo sviluppo sostenibile.

A partire dal 1999 il WWF aggiorna periodicamente il calcolo dell'impronta ecologica nel suo Living Planet Report.

L’idea di mettere a punto un' impronta ambientale nasce dalla considerazione che, specie nei Paesi Industrializzati, l’attuale modello di sviluppo comporta un consumo di risorse superiore a quello che il Pianeta Terra è in grado di fornire e/o di rigenerare.

L’impronta ambientale misura quanta superficie in termini di terra e acqua la popolazione umana necessita per produrre, con la tecnologia disponibile, le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti prodotti.

La Commissione Europea ha recepito questo approccio e, per quanto riguarda l’impronta ambientale di prodotti (PEF) ed organizzazioni (OEF), ha emanato la Raccomandazione 2013/179/UE, relativa all’uso di metodologie comuni per misurare e comunicare le prestazioni ambientali nel corso del ciclo di vita dei prodotti e delle organizzazioni.

In particolare, per quanto riguarda l’impronta ambientale di prodotti ed organizzazioni, la Commissione Europea ha emanato la Raccomandazione 2013/179/UE, relativa all’uso di metodologie comuni per misurare e comunicare le prestazioni ambientali nel corso del ciclo di vita dei prodotti e delle organizzazioni.

La Commissione “raccomandando l'uso dei metodi per determinare l'impronta ambientale agli Stati membri, alle imprese private e alle associazioni, ma anche agli operatori di sistemi di misurazione o comunicazione delle prestazioni ambientali e agli investitori, punta a ridurre la molteplicità dei metodi e delle etichette, nell'interesse sia dei fornitori che degli utilizzatori delle informazioni in materia di prestazioni ambientali.”

La Raccomandazione 2013/179/UE, in Allegato 1, riporta i potenziali ambiti di applicazione per le metodologie OEF e PEF. Vediamoli nel dettaglio.

 

COSA PREVEDE LA COMMISSIONE UE?  LEGGI LA RACCOMANDAZIONE UE 2013/197!  SCARICALA GRATIS >>

 

PEF - Product Environmental Footprints

Gli ambiti di applicazione della metodologia sono:

  • ottimizzazione dei processi durante il ciclo di vita di un prodotto;
  • sostegno alla progettazione del prodotto che riduca al minimo gli impatti ambientali nel corso del ciclo di vita;
  • comunicazione delle informazioni relative alle prestazioni ambientali nel corso del ciclo di vita dei prodotti (ad esempio mediante la documentazione che accompagna il prodotto, siti internet e app) da parte delle singole imprese o mediante programmi su base volontaria;
  • programmi relativi alle dichiarazioni ambientali, in particolare garantendo una sufficiente affidabilità e completezza delle dichiarazioni;
  • programmi che creano reputazione dando visibilità ai prodotti che calcolano le proprie prestazioni ambientali nel corso del ciclo di vita;
  • identificazione degli impatti ambientali significativi al fine di stabilire criteri per i marchi di qualità ecologica;
  • incentivi basati sulle prestazioni ambientali nel corso del ciclo di vita, ove opportuno.

 

OEF - Organization Environmental Footprints

I potenziali ambiti di applicazione e risultati della metodologia OEF sono:

  • ottimizzazione dei processi lungo tutta la catena di approvvigionamento della gamma di prodotti di un'organizzazione;
  • comunicazione delle prestazioni ambientali nel ciclo di vita alle parti interessate (ad esempio mediante relazioni annuali, nelle relazioni sulla sostenibilità, come risposta ai questionari degli investitori o dei portatori di interessi);
  • programmi che creano reputazione dando visibilità alle organizzazioni che calcolano le proprie prestazioni ambientali nel ciclo di vita o alle organizzazioni che le migliorano nel tempo (ad esempio di anno in anno);
  • programmi che richiedono la comunicazione delle prestazioni ambientali nel ciclo di vita;
  • un mezzo per fornire informazioni sulle prestazioni ambientali nel ciclo di vita e sul conseguimento degli obiettivi nel quadro di un sistema di gestione ambientale;
  • incentivi basati sul miglioramento delle prestazioni ambientali nel corso del ciclo di vita, calcolate in base alla metodologia OEF, ove opportuno.

 

Life Cycle Assessment (LCA)

La Life Cycle Assessment (LCA), letteralmente “valutazione del ciclo di vita”, è uno strumento utilizzato per analizzare l’impatto ambientale di un prodotto, di un’attività o di un processo lungo tutte le fasi del ciclo di vita, attraverso la quantificazione dell’utilizzo delle risorse (gli “input” come energia, materie prime, acqua) e delle emissioni nell’ambiente (“immissioni” nell’aria, nell’acqua e nel suolo) associate al sistema oggetto di valutazione.

L’analisi di un prodotto identifica tutti i processi coinvolti nel ciclo di vita di ciascun componente del prodotto e del suo packaging e considera:

  • estrazione e fornitura materie prime;
  • produzione;
  • imballaggio;
  • trasporto dal sito di produzione al punto vendita;
  • utilizzo;
  • smaltimento del prodotto e del packaging.

Per la valutazione quantitativa degli impatti è necessario applicare i principi e gli strumenti del Life Cycle Assessment (LCA) che devono essere svolti secondo quanto stabilito dalla UNI EN ISO 14040:2006 “Gestione ambientale - Valutazione del ciclo di vita - Principi e quadro di riferimento”, entrata in vigore il 26 ottobre 2006.

La norma UNI 14040 descrive i principi ed il quadro di riferimento per la valutazione del ciclo di vita (LCA), comprendendo:

  • la definizione dell'obiettivo e del campo di applicazione dell'LCA;
  • la fase di inventario del ciclo di vita (LCI);
  • la fase di valutazione dell'impatto del ciclo di vita (LCIA);
  • la fase di interpretazione del ciclo di vita;
  • la rendicontazione e la revisione critica dell'LCA;
  • le limitazioni dell'LCA;
  • le correlazioni tra le fasi dell'LCA;
  • le condizioni per l'utilizzo delle scelte dei valori e degli elementi facoltativi.

La norma tratta gli studi di valutazione del ciclo di vita (LCA) e di inventario del ciclo di vita (LCI).

L’analisi del ciclo di vita si svolge attraverso 4 fasi:

  • definizione degli obiettivi e campo di applicazione: vengono definiti gli obiettivi dello studio, l’unità funzionale (misura o quantità di prodotto presa come riferimento per l’analisi dell’impatto), i confini del sistema (ampiezza del sistema considerato);
  • inventario: è la fase in cui vengono quantificati gli input e le relative emissioni, per ciascuna fase del ciclo di vita;
  • valutazione degli impatti: le informazioni ottenute durante la fase di inventario vengono classificate ed aggregate nelle diverse categorie di impatto;
  • interpretazione dei risultati: le informazioni e i risultati ottenuti vengono interpretati, per poi tradursi in raccomandazioni e interventi per la riduzione dell’impatto ambientale.

In pratica, studiando nel dettaglio ogni aspetto relativo a ciascun componente del prodotto, la LCA permette di individuare quali sono le fasi maggiormente impattanti e che necessitano di interventi.

L’applicazione della LCA fornisce importanti indicazioni sia per il miglioramento dei prodotti esistenti che per lo sviluppo di nuovi prodotti.

Infine, la LCA rappresenta un supporto fondamentale allo sviluppo di schemi di Etichettatura Ambientale:

  • nella definizione dei criteri ambientali di riferimento per un dato gruppo di prodotti (etichette ecologiche di tipo I Ecolabel);
  • come principale strumento atto ad ottenere una Dichiarazione Ambientale di Prodotto (Environmental Product Declaration - EPD ), ossia un’etichetta ecologica di tipo III.

Come più volte sottolineato, i risultati della LCA possono essere utilizzati per confrontare prodotti simili oppure diversi ma con la stessa funzione, per richiedere certificazioni ambientali e per comunicare la prestazione ambientale del prodotto.

 

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Stefano Reniero
AUTORE

Stefano Reniero

In Nexteco mi occupo dei nuovi progetti e seguo lo sviluppo commerciale dell'azienda.