Storie di Economia Circolare: AEC incontra Diesel

29 ottobre 2020 / Elena Masia

CATEGORIA: Sviluppo Sostenibile, economia circolare, AEC Incontra

Il settore della moda è uno dei settori più impattanti a livello globale dopo quello dell’estrazione e della lavorazione degli idrocarburi.
L’interesse crescente degli investitori, l’attenzione delle nuove generazioni e le nuove regolamentazioni, sono solo alcune delle principali leve che stanno spingendo la moda a trovare una nuova identità, più matura e consapevole dei propri impatti.

La moda ad alto impatto, non solo estetico 

Tralasciando per un attimo le questioni legate agli aspetti sociali - aspetti senza dubbio fondamentali, come dimenticare il disastro del Rana Plaza del 2013? - le aziende del fashion (soprattutto del fast fashion) di tutto il mondo devono fare i conti, quotidianamente, con questioni ambientali molto spinose, come ad esempio:

- la sovrapproduzione dovuta al ricambio veloce dei trend e il conseguente aumento delle rimanenze di magazzino o del volume di rifiuto tessile immesso in circolo;
- il problema della gestione del post-consumo (i capi non più usati dal consumatore) e del riciclo dei prodotti tessili a fine vita (si stima che oggi meno dell’1% di tutti i prodotti tessili nel mondo siano riciclati);
- l’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose dai tessuti, soprattutto di importazione (cfr. rapporto Destination Zero di Greenpeace Germania e i risultati della campagna Detox lanciata nel 2011);
- il consumo di risorse (materia, acqua ed energia) impiegate nei processi produttivi;
- le emissioni e gli scarichi industriali delle attività manifatturiere.

Insieme si è più forti

In questi ultimi anni, a ben guardare, piccoli o grandi passi in avanti sono già stati fatti come, ad esempio, l’adozione sempre più diffusa delle certificazioni di filiera e di prodotto, di nuove norme europee come la 851/2018 UE (che introduce l’obbligo della raccolta differenziata del rifiuto tessile domestico a partire dal 2025), o, ancora, l’adozione del Regolamento comunitario REACH che comporta la graduale eliminazione (e sostituzione) di sostanze pericolose per la salute umana e per l’ambiente, lungo tutta la catena del valore.

Per le aziende italiane, la Camera Nazionale della Moda ha già tracciato “una via italiana per la moda responsabile e sostenibile” nel 2012 grazie al Manifesto della Sostenibilità per la moda italiana; a livello internazionale, indicazioni più o meno operative giungono da Fashion Pact (sottoscritto anche da Diesel), da Fashion Industry Charter for Global Climate Action dell’ONU, o da Circular Fashion System Commitment, lanciata nel 2017 al Copenaghen Fashion Summit, o, ancora, dall’iniziativa, firmata Ellen MacArthur Foundation, Make Fashion Circular.

Certo, da soli, gli obiettivi condivisi, la lista di azioni da intraprendere o la promozione di nuovi modelli di economia circolare non bastano. Servono anche strumenti finanziari a supporto della transizione green, nuove competenze e sensibilità per l’applicazione dell’eco-design, misure di regolamentazione sovranazionali, a tutela della salute e della corretta concorrenza, e, in ultimo, l’impegno concreto di tutta la supply chain del fashion e del tessile: dai grandi leader globali alle piccole realtà manifatturiere. Senza dimenticare, soprattutto per l’Italia, i distretti tessili come quello di Prato (il più grande d’Europa) che ha contribuito a istituire il Consorzio Italiano Implementazione Detox e ha adottato il Patto del Tessile per l’applicazione dell’economia circolare di filiera.

Una nuova ricerca di senso

Il desiderio dei consumatori per una moda più sostenibile è sempre più evidente (lo ricorda anche l’ultimo 2020 Conscious Fashion Report di Lyst e Good on you), e l’attenzione del mercato globale si sta sempre più spostando dal singolo prodotto all’intero processo; c’è da augurarsi che dall’acquisto di un singolo capo di una capsule collection sostenibile, al premiare – con il proprio portafoglio - una produzione 100% etica, trasparente e a basso impatto, il passo sia breve.

Ma non pensiamo che una moda green e sostenibile sia sinonimo di bassa qualità e creatività, anzi.

Per il made in Italy - unica realtà nel panorama occidentale ad avere filiere produttive complete, dalla materia prima al prodotto finito - si tratta di continuare a proporre l’eccellenza solo in modo diverso, più rispettoso, inclusivo e trasparente, insomma, coerente con le esigenze e le criticità dei nostri tempi. Una grande opportunità per ripensare l’intera filiera (materia prima, produzione, logistica e “fine vita”, o meglio “fine uso”) a basso impatto ed alto indice di creatività e innovazione (cfr. rapporto McKinsey & Company The State of Fashion 2020). Di tutto questo, i fashion makers se ne sono accorti da tempo, basti pensare, a tal proposito, alla copertina totally white del numero di aprile scorso di Vogue Italia o alla lettera di Giorgio Armani pubblicata sul magazine statunitense WWD.

E non potrebbe essere altrimenti. Le crisi in atto (climatica e sanitaria, solo per ricordare le più urgenti) sono globali e necessitano di approcci strategici, generali e condivisi come quello adottato dal gruppo OTB - Only The Brave cui fanno capo, tra gli altri, brand come Diesel, Marni e Maison Margiela.

Azienda di punta del settore fashion internazionale, OTB, da sempre sensibile a certi temi di produzione responsabile, e attiva, fin dal 2011, nei tavoli di lavoro della Sostenibilità della Camera della Moda Italiana, si pone come obiettivo quello di “build not the biggest, but the most alternative fashion group”.

La strategia green di Diesel

Per OTB essere the most alternative significa, innanzitutto, contribuire a creare una reale alternativa all’attuale sistema moda, e la strategia a lungo termine, For Responsible Living, sviluppata negli ultimi mesi dal gruppo vicentino (in collaborazione con l’agenzia Eco Age di Livia Firth), ne è un chiaro esempio. Il percorso interno di analisi e ricerca ha permesso di riconoscere quanto già fatto fin qui in ottica sostenibile e di individuare 4 filoni di sviluppo futuro - comportamentale e di business - da adottare lungo tutta la supply chain: Be The Alternative, Stand For The Planet, Celebrate Individuality e Promote Integrity.

For Responsible Living ha fatto anche da cornice e da volano ad un progetto virtuoso come Diesel Upcycling For: una linea di abbigliamento e accessori creata grazie all’applicazione del concetto di upcycling.

GLOSSARIO AEC
UPCYCLING: recupero creativo di scarti e giacenze di magazzino (dead stock) destinate ad essere gettati per creare nuovi indumenti dal valore (economico, estetico ed emotivo) maggiore del materiale originale. Eletta parola dell’anno da Cambridge Dictionary nel 2019. Rispetto al recycling, dove i tessuti recuperati sono rilavorati per creare nuovi filati – con conseguente dispendio di energia e aumento delle emissioni – l’upcycling recupera gli scarti di tessuto o gli indumenti inutilizzati, li smembra per trasformarli in un nuovo capo d’abbigliamento.
 

A parlarci di questo interessantissimo progetto, di come è nato e perché, Andrea Rosso, Diesel Sustainability Ambassador e Upcycling artistic Director, che per questa linea ha creato un’etichetta (green, ça van sa dire) parlante: attraverso un QR code è possibile scoprire tutte le fasi del making off.

Leggiamo cosa ci ha detto a riguardo.

Andrea, moda e sostenibilità possono essere davvero un binomio vincente?

Penso proprio di si, credo che la moda abbia mille modi di creare, mille modi di sperimentare e grazie anche a tutte queste sperimentazioni si trovano mille soluzioni per agire con più responsabilità. La moda è responsabile e deve diventare ancora più responsabile. Più andiamo avanti a collaborare e lavorare con i nostri fornitori, con tutta la nostra supply chain, e migliorare la nostra sperimentazione con un’etica responsabile e più avremo dei risultati sorprendenti.

Perché avete deciso di dedicare un intero progetto creativo alla pratica dell’upcycling?

Sto lavorando da diversi anni sul tema dell’up-cycling anche con dei miei progetti privati (MyAr ndr) e il fatto che li porto con passione all’interno dell’azienda, penso sia stato anche uno dei motivi per cui abbiamo messo un piede anche in questo campo.

Upcycling è un vero e proprio scoprire di come l'azienda, tutti i processi che abbiamo, tutti i prototipi che facciamo, i deadstock, i tessuti che vengono scartati, quanto materiale abbiamo, per poi dopo riprenderlo, customizzarlo e dargli una seconda vita. Perché se non ci rendiamo conto di questo, possiamo anche buttare via delle cose che invece sono veramente valide e queste cose secondo me hanno più possibilità di vivere rispetto alle cose nuove, anzi, l’upcycling per me è un bel modo per promuovere la sostenibilità, partendo già da quello che facciamo all’interno di questa azienda.

Come avete creato questa prima collezione di Diesel Upcycling For?

Il 60/70% del prodotto che abbiamo utilizzato era denim, prototipi dei denim e quindi lavaggi, prove di calo, qualsiasi tipologia di tinture che abbiamo fatto e li abbiamo rimessi nel tavolo, al posto di essere inscatolati, e gli abbiamo dato una seconda vita. Quindi anche da una camicia, è venuta fuori una felpa, anche da un pantalone, è venuto fuori un parka militare, tutto in denim.

Prima di salutarti, Andrea ti chiedo se hai un modello cui ti sei ispirato in modo particolare

Yvon Chouinard, il fondatore di Patagonia (prima grande azienda al mondo a certificarsi come B Corp nel 2011 ndr) e la sua autobiografia “Let my people go surfing”.

E noi concludiamo l’articolo con una sua citazione: “Quando hai l’opportunità e la capacità di fare del bene e non fai niente, è male. Il male non deve sempre essere un atto palese. Può essere semplicemente l’assenza di bene”. (Y. Chouinard, 1992)

IN SINTESI POSSIAMO DIRE CHE:

  • Il settore della moda è uno dei settori più impattanti al mondo ma è anche quello che sta cercando di cambiare paradigma con l’obiettivo, in primo luogo, di contrastare il cambiamento climatico, ripristinare la biodiversità e proteggere gli oceani.
  • Le sfide ambientali di settore hanno a che fare con la progettazione ecocompatibile, la chimica, il consumo di acqua e la gestione dei rifiuti.
  • L’upcycling non è la stessa cosa del recycling.
  • Le prossime parole d’ordine per il green fashion saranno: circolarità e durabilità, artigianalità, creatività, collaborazione di filiera.

Alla prossima storia✏️ 📝!!

Guarda i video per ascoltare l'intervista completa

 

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Da Accademia Economia Circolare nasce AEC Incontra: un contenitore di idee e best practices per testimoniare e promuovere un modo altro di fare impresa, tutto italiano, capace di mettere a sistema: tradizione, conoscenza, eco-innovazione e territori. Ad ogni incontro raccogliamo le storie di imprese virtuose, esempi vincenti di economia circolare ed ecosostenibilità, e le postiamo sul nostro blog per far circolare le idee innovative e le buone pratiche. 

 


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Elena Masia
AUTORE

Elena Masia

Considero l’impresa un sistema aperto, in relazione con il territorio e le istituzioni; un luogo ideale dove poter sviluppare progetti e percorsi utili a garantire lo sviluppo di un business etico, innovativo e sostenibile.