Economia Circolare e PMI: binomio impossibile?

25 febbraio 2021 / Elena Masia

CATEGORIA: Sviluppo Sostenibile, economia circolare, AEC Incontra

Le PMI italiane che fanno parte delle catene di fornitura pubbliche e private hanno già cominciato ad approcciare il tema dell’economia circolare, complici le logiche di filiera e una visione maggiormente sistemica del processo industriale.


E tutte le altre? Da dove iniziare? È conveniente pensare in ottica “circolare” anche se si è una piccola impresa?
Abbiamo provato a metterci nei panni di una PMI e abbiamo rivolto alcune domande a Marco Capellini CEO di Matrec Srl, partner Nexteco per le strategie di circolarità.

Un'economia sostenibile, circolare e rigenerativa 

Come ha sottolineato Massimo Antonelli CEO Italia Ernst & Young, in occasione dell’ultima edizione dell’Ey Sustainability Summit, se nei prossimi anni l’Europa investirà il 37% delle proprie risorse (270 miliardi) nello sviluppo sostenibile, vorrà pur dire qualcosa.

Sì, che il cammino verso un’economia sostenibile, circolare e rigenerativa è l’unica strada percorribile per il nostro sviluppo futuro, e siamo solo all’inizio di questo percorso, nel bene e nel male.

L’Italia in questo senso ha molte chance per diventare un paese leader del cambiamento; lo dimostrano, ad esempio, i dati dell’ultimo Rapporto GreenItaly che ci pongono tra i primi posti in Europa per riciclo rifiuti, rinnovabili e agricoltura biologica. Ma l’Italia, complice anche la pandemia, sta cedendo il passo ad altri paesi.

Poche aziende circolari

L’economia circolare è una delle politiche prioritarie – insieme alla lotta contro i cambiamenti climatici – del Green Deal europeo, ma secondo l’ultimo rapporto Ey, “Quanto le aziende italiane sono pronte al futuro” presentato a Milano poco più di un anno fa, solo il 10 % delle aziende italiane prese in esame (194 imprese soggette al D.Lgs. 254/2016) ha adottato una strategia di economia circolare, e per la maggior parte dei casi si tratta di iniziative legate ai soli temi della trasformazione dei rifiuti e alla progettazione industriale. Altro dato significativo: il 36% del campione intervistato ha implementato iniziative legate all’economia circolare, ma solo una minima parte di esse travalica il perimetro aziendale, coinvolgendo altre realtà di settore e/o il territorio di riferimento.

La mancanza di un piano strategico nazionale

Ciò che forse manca al nostro Paese, per fare il salto di qualità, è una visione generale, un piano politico strategico che permetta al tessuto imprenditoriale italiano di esprimere le proprie potenzialità.

Siamo uno dei pochi paesi UE che non ha ancora definito una road map per l’economia circolare (cfr. Rapporto Economia Circolare 2020); l’ultimo documento ministeriale è stato licenziato nel 2017 e ad oggi non abbiamo una governance nazionale aggiornata che circoscriva il perimetro d’azione, definisca delle linee guida e favorisca l’adozione di indicatori di performance di circolarità. Se tutto ciò, invece, si realizzasse, si favorirebbe la nascita di un “Made in Italy circolare” (usando le parole del nostro ospite di oggi, Marco Capellini) in grado di mettere a sistema e promuovere: il saper fare, l’innovazione, la creatività e la competenza territoriale; tutti segni distintivi della nostra manifattura. Senza considerare, inoltre, che in questo modo si agevolerebbe una più stretta collaborazione - lungo l’intera catena del valore - tra PMI e grandi imprese.

Tutti gli attori ne trarrebbero beneficio. Un made in Italy circolare contribuirebbe, infatti, a soddisfare esigenze emergenti, sviluppando nuove idee progettuali e nuovi modelli di business, e gli oltre 3 milioni di green jobs creati negli ultimi cinque anni in Italia sarebbero presto surclassati.

La "circolarità" è a misura di PMI?

Le PMI italiane che fanno parte delle catene di fornitura pubbliche e private hanno già cominciato ad approcciare il tema dell’economia circolare, complici le logiche di filiera e una visione maggiormente sistemica del processo industriale.

E tutte le altre? Da dove iniziare? È conveniente pensare in ottica “circolare” anche se si è una piccola impresa?

Abbiamo provato a metterci nei panni di una PMI e abbiamo rivolto alcune domande a Marco Capellini CEO di Matrec Srl, partner Nexteco per le strategie di circolarità.

Ecco come ci ha risposto.

Cosa è l’economia circolare?

L’economia circolare è prima di tutto una strategia finalizzata a rendere maggiormente competitivi i processi industriali, migliorando la qualità ambientale di prodotti e servizi. L'economia circolare nasce come modello industriale volto a utilizzare meno risorse - e a recuperarle -, svincolando l'indice di competitività dall’andamento dei prezzi dei materiali. In pratica, l’Economia Circolare identifica un modello di business industriale che ti permette di fare di più utilizzando di meno, minimizzando, dunque, le esternalità negative, in primis, su ambiente e territorio.

Cosa, invece, sicuramente non è economia circolare?

Sicuramente non è la sola gestione del rifiuto - che è un elemento dell'economia circolare, ma è solo una parte, non rappresenta tutta la strategia -, così come la sola scelta del materiale, a monte del processo, non determina una vera strategia di circolarità. Per applicare il concetto di economia circolare non si possono considerare solo alcuni elementi del prodotto o del servizio, o, ancora, della strategia, ma è necessario valutare l'intero ciclo di vita, di un prodotto o servizio, e il contesto in cui esso si inserisce. Quindi erroneamente, soprattutto in Italia, l’economia circolare viene associata alla sola gestione dei rifiuti, e, in particolare, al solo aspetto della quantità di rifiuti gestiti; invece, in un processo di economia circolare, è doveroso considerare anche l'aspetto economico. Faccio un esempio: posso essere bravo a raccogliere una grande quantità di rifiuti da cui riesco a recuperare un’alta percentuale di risorse (materie prime seconde), ma l’intero processo mi costa una fortuna in termini economici. In questo caso non si parla di economia circolare, ma di diseconomia circolare perché ho, sì, raggiunto un obiettivo di circolarità (alta percentuale di rifiuti gestiti e recupero di risorse), ma l’ho fatto ad un costo – economico - molto elevato. Concludendo, si parla di economia circolare quando si riesce a coniugare molto bene l’efficienza economica ed ambientale. Altrimenti si parla di diseconomia o disefficienza circolare, un rischio che molte aziende stanno correndo perché vedono solo un pezzo del percorso senza adottare e sviluppare vere strategie di circolarità.

Economia circolare: perché è così importante per una PMI?

Le ragioni sono principalmente due. La prima riguarda il mercato che sta sempre più premiando quei prodotti che sposano il tema della sostenibilità e sono qualificati proprio per caratteristiche/etichette ambientali. La piccola-media impresa italiana, fornitrice abituale della grande azienda, non può rimanere indietro; se vuole rimanere al passo deve necessariamente contribuire a soddisfare – e anticipare - tali richieste. È una grande opportunità di crescita. Il secondo aspetto è il tema della tassonomia ambientale. A giugno 2021 entreranno in vigore i primi due indicatori utili a qualificare le performance green di un’organizzazione e a decretare, di conseguenza, quali aziende siano finanziabili – perché oggettivamente virtuose – e quali no. E sappiamo bene che un’impresa, di qualunque dimensione essa sia, per crescere ha bisogno di credito e in futuro lo otterrà se saprà dimostrare di contribuire in modo concreto allo sviluppo circolare e sostenibile. Quindi, se vogliamo, ormai è una strada determinata, a senso unico, o vai avanti o ti fermi. Tutti possono percorrerla, a prescindere da dimensioni e risorse. Come piace dire a me: “non puoi più galleggiare, ma devi nuotare altrimenti affondi”.

Come si approccia la “circolarità”?

Innanzitutto, non ci si deve spaventare, bisogna essere proattivi e non si deve pensare solo ai costi ma focalizzarsi sulle opportunità; secondo, è necessario mettere in discussione il proprio processo e modello di business per capire se ci sono delle strade alternative più sostenibili e circolari (ad esempio: “prodotto come servizio”, investire nella “durabilità e riparabilità” del prodotto etc.), guardando anche cosa fanno gli altri. Terzo: mai dimenticare di adottare una visione d’insieme e una prospettiva di lungo periodo, ovvero conoscere i propri obiettivi e il contesto di riferimento, coinvolgendo attivamente l’intera azienda e gli stakeholder rilevanti.

Perché si sente parlare sempre più spesso del concetto di “ciclo di vita”?

Fino ad ora le aziende si sono preoccupate principalmente di immettere sul mercato nuovi prodotti/servizi, senza considerare ciò che succede loro dopo l’acquisto. Il modello di economia circolare guarda, invece, a tutto il ciclo di vita dei prodotti/servizi. Cosa significa? Significa che un’azienda considera tutte le fasi d’uso del suo prodotto/servizio: dal momento in cui preleva una risorsa, quindi acquista un materiale, fino al fine vita del suo prodotto e tutto ciò apre ampie opportunità e scenari. Faccio un esempio. Diverse aziende che hanno convertito la vendita del prodotto a vendita del “prodotto come servizio” - affittandolo o facendo dei contratti comprensivi dei servizi di manutenzione, ritiro, sostituzione di prodotti - hanno, di fatto, ampliato e migliorato il proprio modello di business grazie alla fidelizzazione del cliente, al fatto di poter gestire direttamente una risorsa che viene reimmessa sul mercato (con un costo di produzione più basso allo stesso prezzo di vendita, quindi aumentando i margini), e grazie, infine, al fatto che l’azienda torna in possesso di materiali non rinnovabili sempre più rari. Quindi l’azienda acquista un materiale, lo trasforma, e quel materiale rimane sempre “suo” perché ne gestisce “la circolarità”, abbattendo le fluttuazioni economiche legate al prezzo, e riducendo l’impatto ambientale. Il concetto di ciclo di vita è la vera sfida del futuro, per le istituzioni e le imprese.

Quali saranno le materie del futuro?

La situazione è questa: da una parte, abbiamo le risorse rinnovabili, dall’altra abbiamo i materiali non rinnovabili che quindi vanno ad esaurimento. L'unico modo per valorizzarli è il continuo riciclo dato che molti di questi materiali non rinnovabili – ad esempio i materiali ferrosi e non ferrosi - hanno le caratteristiche per essere continuamente reimpiegati. Quali saranno le materie del futuro? Sposterei l’attenzione su chi gestirà queste materie in futuro. Sarà, da un lato, chi possiede il territorio per rinnovare le risorse materiche rinnovabili (chi controllerà il mercato di fatto), dall’altro, quei soggetti impegnati nel riciclo e riuso delle risorse non rinnovabili (le aziende che hanno investito in circolarità). Quindi è difficile dire quali saranno i materiali o quali saranno le risorse del futuro, è una sfida, siamo all'inizio, staremo a vedere, quello che posso sicuramente dire dal mio punto di vista è che oggi sul mercato ci sono troppi materiali.

Che caratteristiche avranno i prodotti del futuro?

Il prodotto del futuro sarà caratterizzato da materiali sempre più verificati e certificati e per i quali esisterà una garanzia di circolarità, ovvero di ritorno delle risorse nel sistema produttivo.

Ci sono già delle certificazioni che possono essere utilizzate per garantire la circolarità di un prodotto/processo?

Oggigiorno ci sono tante certificazioni e asserzioni, fin troppe. Cambiano molto da mercato a mercato, da area geografica ad area geografica, quindi è difficile dire se una è meglio dell’altra. L'importante è scegliere una qualificazione certificata da un ente di parte terza, trasversale ai diversi mercati e comprensibile per il cliente finale. La Commissione Europea sta, comunque, lavorando per una razionalizzazione dei sistemi di qualificazione e certificazione.

Guarda la 💊 PILLOLA DI FORMAZIONE AEC #5.

per fissare i punti fondamentali dell'intervista

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Elena Masia
AUTORE

Elena Masia

Considero l’impresa un sistema aperto, in relazione con il territorio e le istituzioni; un luogo ideale dove poter sviluppare progetti e percorsi utili a garantire lo sviluppo di un business etico, innovativo e sostenibile.